non è ancora mezzogiorno e ho già fame…

se avessi una locanda questo sarebbe il menù che offrirei:

antipasti
carpaccio di carne con scaglie di parmigiano, cuori di carciofo e funghi
flan di verdure in terrina di pasta sfoglia
fritto misto dolce e di verdure

primi
risotto ai funghi e scamorza affumicata
agnolotti al brasato con sugo di arrosto e ristretto di vino
tagliatelle al ragù di carne e salsiccia di bra

secondi
bollito misto di carne con sette salse
spezzatino di cinghiale al ginepro con patate arrosto
tagliata di vitello alla brace e verdure grigliate

dolci
panna cotta ai frutti di bosco
tiramisù al cioccolato
tarte tatin alle pere

 

Lui.13

Quando giunsero al negozio erano ormai suonate le nove di mattina. I loro visi erano arrossati per l’aria fredda pungente. La strada era ancora in ombra e con poche persone in giro. Si guardarono alle spalle per verificare che non fossero spiati.

“Sembra tutto tranquillo. Anche il bar, guarda.”

Penelope guardò in direzione del locale e annuì con la testa.”

“Si, sembra che non ci siano problemi.”

“Fammi da schermo.”

Franco raccolse una pietra lì vicino, l’avvolse nel fazzoletto che aveva preso dalla tasca dei pantaloni e cominciò a colpire il lucchetto che chiudeva la spessa catena che bloccava il portone di legno. Il fazzoletto attutiva i rumori dei forti colpi e il corpo di Penelope ne copriva i movimenti di Franco alla vista dei passanti.

Il lucchetto cedette di schianto e cadde a terra. Franco restò immobile un paio di secondi e spinse l’anta del portone.

“Non abbiamo una torcia.”

“Abbiamo gli accendini, però. Dai seguimi.”

Franco entrò e Penelope lo seguì.

Accesero gli accendini e cominciarono ad avanzare lungo il corridoio d’ingresso. alle pareti erano appesi pannelli di tessuto e quadri di varia natura. Al fondo del corridoio c’era una porta a vetri che si aprì senza cigolii.

Penelope l’attraversò per prima “Sembra che siano andati via in fretta. come se fossero scomparsi all’improvviso.”

“Li avranno rapiti gli alieni” disse Franco.

“Shhhh.”

Erano entrati in segreteria. Dominava un ampio bancone ad arco, con una coppia di schermi di computer e due sedie .Alle spalle il logo della fileria: una ruota di legno con un rocchetto di filo.

“Davvero strano. Hanno lasciato anche i computer.”

“Si,” confermò Penelope. La situazione la stava facendo innervosire. Si sentiva impaurita nonostante la presenza di Franco la rassicurasse. Qualcosa di profondo e malefico stava risalendo lungo il suo corpo. come un liquido colloso che si muove contro la forza di gravità.

Franco le afferrò un braccio: “Ehi, tutto bene?”

Penelope si voltò e gli sorrise: “Andiamo pure. Ho avuto un momento ma è passato.”

“Sbrighiamoci. Gli accendini non dureranno a lungo.”

Presero a sinistra e aprirono un’altra porta.

Erano finiti nell’officina, dove le macchine filatrici erano ancora cariche di rocchetti e i tessuti incompiuti pendevano inerti.

Facendo attenzione a non toccare nulla, proseguirono l’esplorazione. Le fiammelle creavano due globi di luce giallognola che accentuava l’atmosfera di claustrofobia del luogo.

Fu Franco ad accorgersi dell’odore pungente e dolciastro che arrivava dal fondo dell’officina.

“Penelope, non senti questo odore?”. Si fermò e iniziò ad annusare piano.

“No…. Aspetta. Si, hai ragione. Sembrano fiori andati a male.”

Con attenzione si mossero in quella che sembrava la direzione giusta. “Ho un nodo allo stomaco…” le disse Franco.

“Anche il mio è chiuso. Ho paura…”

L’odore era sempre più intenso.

“Attento!”

Franco si immobilizzò. A terra, di fronte a lui c’era una scatola di colore bianco.

Penelope si inginocchiò e la esaminò da vicino. “La apro. Stai attento.”

“Sei sicura?”

“Lo faccio adesso.”

Sollevò il coperchio della scatola con lentezza. La fiamma dell’accendino tremava: aveva ancora pochi minuti di autonomia. Tolse il coperchio è guardò al suo interno. Ebbe un momento di panico e soppresse un urlo quando vide che dentro la scatola giaceva un piccione morto con una nastro rosso stretto al collo.

Penelope si sollevò di scatto e barcollò. Franco le afferrò le spalle e la sostenette, fermo sulle gambe.

“Sto bene. Grazie.” gli disse Penelope in un sussurro.

“Ok. Fammi vedere bene.”

Franco si inginocchiò e illuminò il piccione. sotto il corpo della bestiola c’era un foglio di carta.

“Abbiamo un messaggio.”

Prese il foglio e si mise in piedi. Con gli accendino lo illuminarono.

Stessa calligrafia del biglietto trovato in albergo e stesso pennarello.

“Vi ho attirato a Parigi mentre il destino si compiva altrove. Ora avete finito il vostro compito. Tornate a casa e dimenticatemi.”

“Chiamiamo di nuovo  Mozzi e usciamo di qui. Non ce la faccio più.”

Penelope era allo stremo: gli occhi bruciavano, il respiro era pesante. Si sentiva come un topo in gabbia.

Camminarono veloce a ritroso e si ritrovarono nella via dove il sole era salito sopra i tetti di zinco.

Franco prese il cellulare e chiamò Mozzi.

“Non risponde.”

“Cazzo.”

Penelope respirava a fondo, per togliersi la polvere dai polmoni.

Franco guardava in alto, cercando il calore dei raggi solari sul viso. Chiuse gli occhi e respirò profondo anche lui.

Un tassello del mistero andò al suo posto e il cuore mancò un battito.

“Penelope, ho capito qualcosa. Forse…”

“Che cosa?”

“Dobbiamo tornare a casa. Subito.”

Il cellulare di Penelope iniziò a vibrare. Rispose in un lampo.

“Mozzi. Abbiamo la settima vittima.”

Penelope sgranò gli occhi. Il killer li aveva fregati, come era scritto sul foglio.

“Stiamo rientrando, ispettore. Franco dice che ha capito qualcosa. Si. Glielo passo.”

Franco prese il telefono in mano.

“Ispettore? Forse abbiamo un indizio.”

 

Lei 12.

Scelsero un piccolo locale riverso ad ovest rispetto la Tour Eiffel. Il profumino delizioso dei croissants burrosi si era disperso nell’aria. Franco e Penelope ordinarono due brodaglie simili al caffè e due croissants ripieni di marmellata alle albicocche. Il brusio soffuso dei parigini mattutini non dava fastidio tanto da permettere ad entrambi di parlarsi e capirsi. 

Di tutto punto il proprietario del locale alzò al massimo il volume del televisore appeso ad un muro e tutti volsero simultaneamente  lo sguardo per guardare le immagini incredibili riportate dal telegiornale Nouveau jour. Michelle Leclerc, in onda con un’ultima ora raccapricciante, stava parlando al microfono mentre delle immagini davvero indigeste per occhi e stomaco, riempivano lo schermo d’orrore. Sei corpi, apparentemente mumificati, stavano seduti composti attorno ad un tavolo. Un candeliere in argento con le fiamme accese, schiariva di poco i volti delle vittime mentre tutto attorno era ingoiato dal buio. Tre uomini e tre donne, dalle gole bucate e prive di tessuto, sembravano intente a consumare la loro ultima cena. Vestiti di abiti sgualciti e slisi, avevano tutti un sorriso tirato sulle labbra. In stato ormai di evidente decomposizione, larve e mosche ricoprivano gran parte dei corpi. 

Tutti gli ospiti del locale attoniti presero a commentare le immagini, rapiti dall’orrore che si era presentato al loro cospetto, inaspettatamente. Franco e Penelope smisero di gustare la colazione e lasciate due banconote sul tavolino, uscirono alla veloce.

“Dio santo Franco hai visto cos’ha fatto il maledetto?”

“Chiamiamo Mozzi. Sarà sconvolto!”

Mozzi non rispose alle loro chiamate nemmeno una volta. 

“Probabilmente starà tenendo a bada la stampa” dichiarò Penelope mentre il taxi serpeggiava in mezzo al traffico. Dovevano raggiungere al più presto il negozio di tessuti e cercare qualche indizio.

“Allez! Allez!” non faceva che ripetere Franco all’autista mettendolo in seria difficoltà. 

A pochi chilometri da loro un incidente stava bloccando una delle arterie principali così da obbligare entrambi a scendere dal taxi e correre lungo il fiume per raggiungere il negozio. L’aria fredda tagliava il loro il respiro mentre tutto ormai era già compiuto. 

La settima vittima venne ritrovata in un parco, a pochi passi da una scuola statale di Torino. Una donna, adulta con la gola intagliata.

Paola.

Lui.12

Dalla finestra della camera di franco si poteva vedere il profilo aguzzo della Tour Eiffel che  con le sue luci proiettate sullo sfondo nero di quella notte senza stelle, sembrava un’astronave in procinto di lasciare la Terra. Franco era lì ad osservarla da qualche minuto, incapace di riprendere sonno.

Si era addormentato subito, appena spenta la luce. Aveva controllato i messaggi sul cellulare per scrupolo. In ufficio aveva detto che doveva andare via per un problema di famiglia urgente. Nessuno lo avrebbe cercato, a parte il solito Piero che per lui ogni assenza era sinonimo di avventura. a parte i due messaggi ironici del collega, non trovò altro. Mozzi taceva e quel silenzio lo lasciava pensieroso.

Erano a Parigi da poco più di dodici ore e gli sembrava che fossero passati dei giorni interi. il tempo aveva iniziato a scorre veloce e se non fosse stato per Penelope e la sua capacità di rimettere tutte le cose al loro posto logico, Franco si sarebbe ritrovato a cavalcare la tigre dell’ansia e dell’affanno.

Si era svegliato da solo, senza che nessun rumore esterno lo avesse disturbato. Avrebbe fumato volentieri come avrebbe bevuto un caffè bollente. In albergo non si poteva fumare e il caffè in Francia era come acqua nel deserto: un miraggio.

Sentì due colpi di tosse provenire dalla camera di Penelope. Fu tentato di accostarsi al muro e bussare per sentire se era tutto a posto. Il silenzio che era seguito a quei due rumori sommessi lo convinse che la sua amica(?) stava dormendo.

“Beata lei”, pensò. Frustrato dal sonno sparito e dalle voglie insoddisfatte tornò a sdraiarsi nel letto. La luce a led del comodino illuminava la stanza di una luce soffusa che non gli feriva la vista. D’istinto si grattò la mano sinistra e qualcosa affiorò alla memoria. Qualcosa che in qualche modo si riferiva a Penelope. Cerco di capire cosa, ma più ci provava e più la sensazione, o ricordo, si allontanava.

“Niente, lasciamo stare,”

si girò supino e incrociò le braccia sotto il mento. In quella posizione aveva passato centinaia di ore a studiare o ripassare la mattina presto prima di un’interrogazione. Era il suo modo di cercare la concentrazione per fare chiarezza nella sua mente.

“Un serial killer. Parigi. Nastri pregiati. Lembi di pelle trattata chimicamente. Nessuna traccia.”

Ripeté dentro di sé l’elenco come se fosse un mantra. Sperava che qualche idea affiorasse all’improvviso, come una boa di salvataggio in mezzo al mare.

Il cellulare ronzò: era arrivato un messaggio. Guardò il display. “Dormi?” lo chiedeva Penelope.

“No. non ho più sonno.”

“Neanche io.”

Franco rifletté un attimo e scrisse: “Usciamo in strada e andiamo a fare colazione da qualche parte?”

“Si, va bene. Dieci minuti e sono pronta. Ti busso alla porta.”

“Ok. Mi preparo.”

Come d’accordo, dieci minuti dopo Penelope bussava alla porta di Franco che uscì vestito con l’impermeabile abbottonato al collo e il cappello in testa. Penelope non gli era da meno: collo chiuso e cappello nero ben saldo sulla testa.

Scesero nella hall, impazienti di andare in strada, quando il concierge li chiamò

“Madamoiselle? Messieur? Il y a une enveloppe pour vous.”

Tese loro la busta e si rimise a guardare la televisione senza più degnare la coppia d’uno sguardo.

Franco la passò a Penelope che la soppesò incuriosita. Dallo spessore si capiva che non c’era solo un foglio all’interno.

Uscirono all’aria fredda dell’alba. Il cielo era terso e si intravedevano le prime sfumature arancioni dell’alba. In quel momento Franco pensò che il cielo di Parigi è alto. Più alto che in tutte le altre città che aveva visitato.

“Dai aprila” gli disse Penelope passandogli la busta.

Franco obbedì e ne aprì i lembi piano. All’interno trovarono un foglio piegato in tre e delle fotografie. rimasero a bocca aperta quando capirono e videro che erano fotto scattate a loro due, di nascosto, durante il pomeriggio del giorno precedente e la sera. Erano stati immortalati presso la fileria, nel bar dove avevano chiesto aiuto, sul lungosenna e nella brasserie di Vincent.

“Tipiche foto sgranate…. Bassa qualità… Digitali, non da pellicola….carta scadente…. Mi aspettavo di meglio” disse Penelope.

“Perché di meglio?”

“Guarda controluce: è carta che si può rintracciare facilmente. Come il tipo di stampante usata.”

Prese il foglio piegato e lo aprì. Scritto a mano con un pennarello nero e con una calligrafia rabbiosa un messaggio li minacciava: “demain vous serez cadavres comme les autres”

Penelope arrossì e Franco sentì dei brividi correre lungo la schiena.

Nella busta c’era ancora qualcosa. Se ne accorse Franco che la scosse e fece uscire un piccolo nastro di tessuto rosso scuro. La firma del serial killer.

Penelope quasi esultò, dimentica della minaccia di morte: “Ci siamo. lui è qui e lo abbiamo spaventato.”

La rinnovata fiducia di Penelope contagiò Franco che alzò la mano destra per dare un cinque alla sua socia. Si fermò a mezz’aria.

“E se ci stesse guardando adesso?”

“E se fossimo noi a vederlo senza saperlo?”

Penelope diede il cinque a Franco e si chiuse di nuovo bene il collo con la mano destra. Vide Franco rimettere il foglio, le foto e il nastro nella busta e notò la cicatrice sulla mano sinistra. La colse un lampo di luce interiore, così veloce da non poter essere afferrato. “Ritornerà” pensò.

“Andiamo a mangiare qualcosa? E poi alla fileria. Sono sicura che troveremo nuovi indizi”

Franco rispose non a parole ma allungando il passo verso il bar che aveva appena aperto pochi metri più avanti.

 

Lei 11.

Diretti verso l’albergo, colsero l’occasione per guardare Parigi con occhi carichi di curiosità. Il fascino di quella città, cosmopolita e romantica al tempo stesso, riempiva d’immagini uniche i loro sguardi stanchi. Ogni scorcio meritava d’essere impresso in uno scatto virtuale e deposto nell’anticamera dei ricordi. Un giorno entrambi avrebbero ricordato quelle atmosfere, nonostante appartenessero ad una vicenda cruenta e senza eguali.

“Ti va se chiacchieriamo ancora un po’, una volta arrivati in albergo? Sono stanca ma non ho ancora sonno. Dev’essere il carico d’adrenalina raccolto durante la giornata” chiese Penelope a Franco.

“Stavo per chiederti la stessa cosa sai? Ho il tuo stesso problema. Se durante il giorno vivo momenti troppo intensi, la sera fatico a prendere sonno”

La pioggerellina aveva ceduto il passo ad un vento fresco ed intenso. Quel vento, il giorno successivo avrebbe rispolverato il sole che da leone si era trasformato in lattiginoso e fragile. Alle porte di un Ottobre quasi annunciato, le luci frizzanti di Parigi stavano scivolando via.

“Prendi qualcosa da bere Penelope?” C’era da dire che i modi di Franco erano sempre di una gentilezza più unica che rara. Appariva spesso come un uomo d’altri tempi nonostante tutto di lui fosse attuale. Dall’abbigliamento a quel sorriso più volte letto come quello di un bambino, Franco apparteneva alla modernità mentre il suo garbo e le mille attenzioni, all’antichità ottocentesca. Questo faceva di lui un’entità suprema che a Penelope regalava sorsate di tiepida tranquillità.

“Berrei volentieri una limonata calda. Quel burro speziato alle erbe, non fa che prendere l’ascensore nel mio stomaco. È un disgustoso su e giù. Vada per una limonata calda”

Franco si diresse alla reception per ordinare le bevande. L’ora tarda e la mediocrità dell’albergo scarsamente stellato, non prevedevano il servizio bar notturno perciò fu necessario chiedere all’omino accasciato sulla seggiola in un angolo dietro al bancone della reception.

“Oh oui monsieur, toute suite. Deux lemonades chaudes.”

A pochi passi dalla finestrella che separava il salottino dalla strada, l’uomo di nero vestito riusciva ad intravedere le figure di Franco e Penelope, mentre sorseggiavano la bevanda calda. Scattò qualche foto facendo attenzione a non farsi vedere. Le loro facce gli servivano più di qualsiasi altra cosa.

“Domani andremo a vedere quel posto maledetto. Qualcosa deve saltar fuori. Non vorrei che Mozzi pensasse che siamo in pausa vacanziera” sbuffo’ Penelope colpita da uno dei suoi sensi di colpa. Per lei vivere, lavorare e dire significava “fare” e non perdere tempo. Le indagini a rilento, le procuravano quel senso di colpa che colpa sua non era ma così sentiva nel buio delle sue insicurezze.

“Faremo tutto il possibile Penelope. A nulla serve anticipare i tempi. Ricordo che mio padre da piccolo mi diceva spesso -Tempo al tempo e tutto viene a galla- vedrai che sarà così anche per noi”

“Lo spero. A volte mi chiedo  chi me l’ha fatto fare poi, pensandoci bene, non ho trovato un solo valido motivo per non accettare.”

“Andiamo a dormire” rispose Franco. Gli occhi a mezz’asta di entrambi erano più che sufficienti ad elargire un “game over” davvero terminato. La lunga giornata, disciolta nella tazza di limonata calda e cullata nelle morbide lenzuola, aveva portato il tanto agognato sonno…Mentre l’uomo avvolto nel buio, spente le luci delle loro rispettive camere da letto, immortalo’ l’ultimo scatto di due vite, prossime alla morte.

Paola.